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Foto

Il mio fotodiario al G8 di Genova 20-21 luglio 2001

Due indimenticabili giorni de paura (molto “fix of reality”).

TESTO ORIGINALE DEL 2007, 6 anni dopo il G8, pubblicato su gomma tv.
Adesso dopo 25 anni non cambio una virgola. Va bene così.

Andando al G8 Genova il mio obiettivo era quello di spedire al sito di “Decoder” un po’ di documentazione sulla manif e il clima direttamenta dalla strada, con micro-portatile, macchina fotografica e una interfaccia per telefono cellulare (velocità 9600bd). Questo piano di controinformazione era già stato avviato da Peter Punkk che si trovava a Genova da una ventina di giorni e scriveva quotidianamente su Decoder. Sono partito in bermuda, maglietta, zainetto con dentro i miei media, carta d’identità, qualche soldo e stop. Mi sono trovato per due giorni – il 20 e il 21 luglio 2001 – nell’inferno, sballottato da una parte all’altra della città senza incontrare gli amici che mi ero prefissato di incontrare e incontrandone casualmente decine di altri. Le foto che ho scattato sono alternate a dei pezzi per “Decoder”. Inutile dire che in strada sono riuscito a scrivere 20 righe in tutto. Una buona parte del tempo l’ho infatti passata a scappare dalle cariche. La mia storia è probabilmente uguale a quella di decine di migliaia di altre persone.
Ma ricordardomene in prima persona quest’anno [2007] è stato naturale devolvere il 5×1000 delle mie tasse a “Supporto legale”, che sostiene le spese dei processi genovesi.

20/07 Ore 12.15. Il corteo dei Pink è partito da P. Kennedy. Qui sembra una festa, un rave. Venite tutti a Genova!

Provenendo da corso Torino il nostro corteo ha incrociato dopo c.so Buenos aires uno spezzone anarchico e alcuni gruppi probabilmente Black. Questi ultimi hanno ingaggiato scontri con la polizia, che poco prima ha peraltro chiuso molte strade.

Sono nervosissimi.

Robocop mi viene incontro minaccioso, meglio levarsi dalle palle.

Occhio ci sono sbirri ovunque. I Pink hanno ripreso la marcia per poi confluire sopra la stazione Brignole assolutamente deserta.

Eccoli, mascherati!

Niente paura noi filmeremo tutto!

Alcuni illusi vogliono usare degli spechietti per abbagliarli.

Intanto il fumo dei lacrimogeni si alza sopra Brignole. Dall’alto vedevamo il fumo nero delle auto in fiamme provenire da Buenos Aires.

Ora siamo usciti da via Peschiera e ci stiamo ricongiungendo con Rete Lilliput. Ci hanno telefonato di non muoverci che ci sono scontri tutt’intorno, cioè in Dante e Kennedy. Incontriamo dei ciclisti anti-g8.

Un corteo di pacifisti.

Dei cattolici che suonano.

Incontro il mio avvocato, gentleman fratello in tante battaglie.

In giro le rovine della battaglia: un benzinaio distrutto.

La posta smantellata.

Un bancomat bruciato.

Una banca sfondata.

Casonetti fumanti in mezzo alla strada.

La polizia carica a casaccio.

Si scappa anche noi a casaccio. Io mi trovo a fuggire insieme a una suora e a un tipo tedesco con t-shirt dei Korn e passamontagna. Mentre corro incontro una mia amica di Savona che non vedevo da 10 anni e che suonava in un gruppo industrial. I genovesi ci buttano acqua dalle finestre che stiamo morendo di sete e di caldo. Ci hanno aiutato concretamente a sfuggire dalla polizia. Abbiamo potuto verificare con i nostri occhi in molte occasioni cittadini/e di Genova scendere in strada e consigliare strade e vicoli da cui sfuggire ai numerosi caroselli di blindati. Al contrario, abbiamo visto molte volte lanci di lacrimogeni dalle finestre delle case e dei palazzi. E ci siamo chiesti: e quelli che abitano e lavorano lì, saranno stati obbligati o erano veramente collaborativi?

Supermezzi blindati ti passano accanto con gli idranti carichi.

Devo andare adesso al megaspezzone dei disobbedienti (20-30.000?). Ci arrivo dopo aver attraversato un ponte sopra Brignole, dove la polizia ci voleva stringere a panino (noi eravamo la mortadella). Sento una puzza pazzesca. Una di fianco a me dalla paura (anch’io ne avevo un casino) si è cagata letteralmente nei pantaloni. Arriva l’onorevole Daniele Farina e ci porta in salvo dall’altra parte (non pensavo di volergli bene). Non ho ancora capito oggi se tutti quelli in motorino che giravano intorno al corteo erano con noi o contro di noi.

Scendo dal ponte e mi trovo davanti una macchina abbrustolita.

Poi vari gruppi di rifondaroli bardati come giocatori di football americano che confabulano.

Poi dal casino alla testa del corteo in via Tolemaide si capisce che sono in corso dei cazzi seri.

Cominciano tutti a tornare indietro.

 

Quelli della LCR francese mi stanno sul cazzo, fanno dei cordoni strettissimi, non fanno passare nessuno, mentre da ambo i lati di Tolemaide la polizia carica, e ci sono poliziotti che dall’alto di una stradina ci tirano addosso dei pietroni. Do un rusone a una tipa francese che non ha capito la situazione e obbedisce agli ordini dei suoi dirigenti, io la sposto per rientrare nelle fila e non essere troppo scoperto.

Ogni tanto nelle laterali troviamo macchine bruciate e segni di scontri avvenuti qualche ora prima.

Alla fine mi ritrovo al Carlini, senza nemmeno sapere come ho fatto ad arrivarci. All’ingresso becco Flipper che mi dice che hanno ammazzato due manifestanti: un ragazzo spagnolo e una tedesca.

Io non ho niente: né sacco a pelo né una felpa, lo spazzolino, un cazzo. Arrivo davanti alla Sala Stampa con brother Raf. “Almeno qui ci staremo tranquilli e potremo dormire stanotte”, intuendo che uscire da Genova è impossibile. Alla porta ci fermano due ventenni e ci bloccano, “Chi siete?” E non ci fanno passare. “Li spingiamo? Litighiamo? che cosa facciamo?” Ma dall’alto di una scala si sente una voce tirata da transgender: “Lascialo passare bambino, lui è Goooomma”. Si tratta di Helena Velena accompagnata da una trans alta 1.90 coi capelli ossigenati. Il pupo militant viene messo da parte e finalmente entriamo, ringraziando la Velena salvatrice. Tra l’altro lei e la sua amica ci dicono che devono ripartire in auto: “Siete pazze!” Ma non ci ascoltano e se ne vanno. La tensione al campo monta sempre di più. Assemblea, assemblea!

La Sala Stampa mi sembra una libidine, un po’ di tranquillità in tutto quel delirio. Scrivo qualcosa per Decoder: dovrei essere al centro del flusso delle informazioni, ma dei due morti qui non sappiamo ancora nulla. La nostra fonte sono le televisioni! Alla fine salta fuori che c’è “solo” un morto e che non è spagnolo ma un italiano. E il TG4 notturno vigliaccamente descrive il profilo del giovane (che alla fine si scopre essere di Genova) , denigrandolo con appellativi tipo “tossicodipendente”, “punk bestia” e altre amenità. Ma spesso ci ritroviamo in parecchi a guardare queste porcate di servizi tv. Perché?

Nel frattempo via via arrivano in Sala stampa persone che hanno visto quello che è successo, ma nessuno ha la freddezza di fare il lavoro da giornalista: molti piangono, altri si incazzano, i più sono stupefatti. Non ce la faccio più a stare chiuso negli uffici, esco nel casino. Aria! Per fortuna degli amici mi prestano la loro tenda e un sacco a pelo per non dormire sul cemento.

Mi sveglio al mattino al suono degli elicotteri, i cessi del Carlini sono ormai una latrina, incontro Silvietto un amico muscolato che si è ferito a un piede camminando su un coccio di bottiglia, lo porto fuori dallo stadio a braccia facendo una fatica brutta, e restiamo stupefatti: lo skyline di Genova alle 8 di mattina è già nero di macchine che bruciano. Me ne vado al corteo e mi imbatto in migliaia di cristiani di “Drop the Debt”.

Sono tutti allegri e un po’ naive.

E ignari del destino che li aspetta.

Un’ora dopo questi banchetti verranno spazzati via e fatti a pezzettini dalle cariche. Molte di queste persone pestate.

E tutti si ricomincia a correre. Ci caricano da ogni parte. Lacrimogeni ci piovono in testa.

Nessuno reagisce ma continuiamo a scappare e a essere caricati. E’ un incubo che non finisce più.

In P.zza Kennedy dalle finestre dei palazzi piovono decine di lacrimogeni e tentano di spezzare il corteo in tanti frammenti, ma siamo troppi e non ci riescono.

Tra le tante cose surreali, un clown sui trampoli in mezzo a una piazza deserta, tra una carica e l’altra suona la sua fisarmonica.

Sono vicino alla scuola Diaz, voglio finalmente andare a vedere il Media Center dove lavorano molti fratelli e sorelle. Dalla radio con cuffie che ho alle orecchie sento che hanno riaperto Brignole, quindi cambio idea e decido di andare fuori dalle palle, via da questa storia di merda. Mentre cammino verso la stazione mi trovo casualmente in Piazza Alimonda.

E lì ci rendiamo tutti conto di tutto.

Ma l’unica cosa che ci viene spontanea è piangere. Di fronte alla stazione Brignole alcuni poliziotti hanno ancora il coraggio e la costanza di provocare facendoci sorrisini e urlandoci “froci!”, ma ormai per noi è come se non esistessero.

 

 

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